Rischi legati all’apprendere giocando

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    Facendo giocare troppo mio figlio non è che lo vizio?

    La tua paura di viziare è un’emozione tipica di molti genitori: è positiva perché esprime la responsabilità che ti assumi nel voler aiutare tuo figlio in prospettiva, senza fargli assumere delle aspettative o abitudini che potrebbero penalizzarlo in futuro.

    Per educare però è importante concentrarti sui bisogni di tuo figlio che sono espressi attraverso i suoi comportamenti: non limitarti a preoccuparti di porre limiti a quello che fa e come lo fa.

    Anzi più limiti ciò che vuole fare senza riconoscere i suoi bisogni, e più lo abituerai a fargli negare parti di sé: questo si che è un vizio!

    Come scrive Alessandra Bortolotti, nel suo libro E se poi prende il vizio?, c’è bisogno di liberare i genitori dalla paura di viziare per compiere scelte basate sul bambino e non su ciò che ci si aspetta dal bambino.

    Quando hai la sensazione che tuo figlio sta giocando troppo cerca di scoprire:

    • quale bisogno cerca di soddisfare quando gioca,
    • cosa trova nel gioco che non trova in attività alternative,
    • da cosa scappa quando gioca.

    Osservando tuo figlio mentre gioca e ricercando risposte a queste domande, otterrai le informazioni sul mondo di tuo figlio per dialogare con lui anche su quello che ti preoccupa.

    La cosa migliore che ti consiglio di fare è quella che forse ti apparirà più controintuitiva: vai a giocare con lui, entra nel suo mondo per confrontarti con lui piuttosto che concentrarti su quello che ti aspetti da lui.
    Personalmente non credo che giocando troppo si possano acquisire dei vizi.
    Non credo neanche che esista un troppo nel giocare e anzi l’ideale sarebbe giocare sempre: la giocosità come atteggiamento di fondo è un approccio utile che va recuperato anche da noi adulti.

    Su questi temi puoi approfondire leggendo questi libri:

    1. Amarli senza se e senza ma di A. Kohn (Il leone verde, 2010 – 264 pagine): l’autore spiega come spostare l’attenzione da ciò che vuoi che tuo figlio faccia a ciò di cui ha bisogno.
    2. Gioca con me. L’educazione giocosa: un nuovo, entusiasmante modo di essere genitori di Lawrence J. Cohen e G. M. Torasso (Urra, 2013 – 336 pagine): per riflettere sul valore del gioco nella relazione tra genitore e figlio per dare uno spazio ai bisogni del bambino.
    3. A Playful Path di B. De Koven (ETC Press, 2014 – 305 pagine): come recuperare un approccio giocoso di fondo aiuta a migliorare tutta la nostra esperienza, anche e soprattutto quella di noi adulti.

    Chi gioca rischia di perdere. Questo non rischia di scoraggiare ad imparare?

    L’esperto di leadership John Maxwell dice: “A volte si vince, altre volte si impara”.
    Si perde e si vince in qualunque esperienza, questa è una condizione necessaria per l’apprendimento di tuo figlio, come di qualsiasi altra persona.

    Ci sono tre condizioni indispensabili per far si che tuo figlio possa realmente apprendere qualcosa:
    In particolare tuo figlio può apprendere solo se:

    1. ha un chiaro obiettivo (non imposto da altri),
    2. il gioco in cui partecipa è di tipo meritocratico (non basato sulla fortuna)
    3. valuta il risultato non come un giudizio ma come un’opportunità per migliorarsi

    Il gioco è quindi l’occasione migliore per allenare tuo figlio a vivere l’incertezza del risultato come un divertimento e un’opportunità per imparare.

    Condizioni per l’apprendimentoCondizioni per l’apprendimento nel gioco
    si pone ed ha chiaro un obiettivosceglie di stare al gioco e condivide in maniera chiara quando si vince o si perde
    considera il risultato come effetto del comportamento che ha adottatoè consapevole della relazione tra il risultato e quanto fa, dice, pensa
    valuta il risultato come uno spunto utile per migliorarsiricava dall’esito del gioco le indicazioni di cosa e come può fare meglio la prossima volta

    Il rischio che a tuo figlio passi la voglia di imparare esiste solo nella misura in cui lui avverte l’obbligo di imparare.
    Normalmente quando gioca e si diverte, tuo figlio riesce da solo a mantenere spontaneamente una distanza armoniosa tra risultato e identità:

    • vincere o perdere non diventa automaticamente essere un vincente o un perdente
    • al più se perde sempre, sceglierà di non giocare più a quel gioco, o di giocare ad un gioco dove si senta di poter avere delle, anche se poche, chance di vittoria (e quindi di ulteriore apprendimento)

    Quindi tuo figlio può scoraggiarsi rispetto ad un gioco ma è sempre pronto a riscattarsi in nuove occasioni di divertimento e sfida perchè per lui giocare è un atteggiamento spontaneo.

    Per apprendere è fondamentale sapere che si sta giocando, ossia il sapere che c’è una simulazione in corso e che quindi nulla è definitivo.

    Questa leggerezza che accompagna il giocare (G. Bally la definisce “campo rilassato”) porta a considerare il risultato del gioco una conseguenza del comportamento e non un giudizio sulla persona o sulla sua capacità di apprendere.

    In questo modo l’apprendimento stesso è ciò che diverte tuo figlio e coltivando questo piacere automaticamente si costruisce la sua capacità di voler sempre apprendere da nuove esperienze.

    Giocando tuo figlio allena quello che Timothy Gallwey, padre del coaching, definisce Inner Game o “il proprio gioco interiore”, in contrapposizione al gioco esteriore, che è quello imposto dalle condizioni esterne.

    “Il proprio gioco interiore”, cioè l’inesauribile capacità di accettare nuove esperienze e opportunità di apprendimento, non è stimolato dal metodo adottato a scuola che invece:

    • tende ad ingigantire l’importanza del risultato: il voto viene spesso interpretato come giudizio definitivo di quanto un bambino è portato in una materia
    • coltiva la paura di sbagliare e la sensazione che esista un modo giusto di apprendere che deve essere seguito

    In questo modo a scuola si scoraggia ad imparare e si limita l’iniziativa del bambino nell’apprendimento.

    Per approfondire puoi leggere il libro Il gioco interiore del tennis. Come usare la mente per raggiungere l’eccellenza di Timothy Gallwey (Ultra – 2013, 192 pagine).

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